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Archive for the ‘Rifiuti’ Category

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE BRUCIARE

E’ iniziata qualche mese fa nelle scuole una campagna, con lo zampino del Consorzio Chierese per i Servizi, che mira alla valorizzazione e alla promozione dell’Inceneritore come scelta “verde” per lo smaltimento dei rifiuti. Tale campagna ha visto gli studenti partecipare nella scelta alla ideazione (e conseguente premiazione) della nuova mascotte del consorzio con successiva premiazione dei piccoli creativi: INCENERITOR, draghetto sputafuoco che brucia i rifiuti avanzati dalla differenziata.

qui l’articolo del Corriere di Chieri dell’epoca

Peccato che nessuno si sia preoccupato di spiegare ai genitori e ai bambini che il povero INCENERITOR ha seri problemi di digestione, per cui tende a rilasciare nell’aria dosi importanti (ma a norma di legge) di DIOSSINA, sostanza altamente cancerogena con la spiacevole abitudine di legarsi ai grassi animali e che quindi ha effetti di accumulo pericolosissimi su tutta la catena alimentare. Studi epidemiologici condotti in varie parti del mondo sugli effetti degli inceneritori sulla salute umana non sono ancora riusciti a garantire con certezza la sicurezza di questi impianti, in quanto hanno evidenziato incidenze non trascurabili di malattie tumorali anche infantili. Se i bambini e i loro insegnanti fossero al corrente di queste cose, forse avrebbero scelto una mascotte decisamente diversa.

NON ESISTE RISCHIO “ZERO” PER LA SALUTE SE SI PARLA DI DIOSSINE

Dati alla mano, un inceneritore moderno emette, in una giornata, circa 5 milioni di metri cubi di fumi!! ipotizzando emissioni di diossina a norma di legge, la quantità giornaliera di diossine immessa nell’ambiente dall’inceneritore è pari alla dose giornaliera tollerabile di 1 milione e mezzo di persone adulte! Benvenuti a Seveso.

L’operazione di “green washing” continua martedi 18 ottobre sul Corriere di Chieri, dove una bella intervista al Presidente dell’Assemblea dei sindaci del CCS, Adriano Pizzo, ci rivela l’entusiamo del consorzio tutto per la chiusura nel 2013 della discarica di Cambiano per poter, come soci della prima ora di TRM (gaudio e tripudio!), fare da aprifila nel conferimento dell’indifferenziato al nuovo inceneritore del Gerbido.

Apprezziamo il seppur timido tentativo del giornalista di affrontare le questioni spinose che fanno dire ai bene informati che un inceneritore è un business solo per chi lo realizza.

MA CHI PAGA?

In primo luogo l’aspetto finanziario dell’operazione: un inceneritore non è economicamente remunerativo se non attinge ai CIP6 e ai certificati verdi, denaro pubblico in teoria dedicato alle energie rinnovabili (in Italia e solo in Italia i rifiuti sono magicamente diventati una fonte di energia rinnovabile per decreto), denaro che viene sottratto allo scopo originario di sostenere le vere fonti rinnovabili, quindi una tassazione occulta. Nonostante questi incentivi, si scopre che per il Consorzio Chierese questo comporterà un aggravio di costi, passando dal conferimento in un impianto di proprietà (che volendo può essere gestibile anche solo in pareggio) al conferimento in un impianto del quale si detiene una misera quota dell’1% e che deve retribuire le centinaia di milioni di euro spese da TRM per la sua costruzione. Non c’è bisogno di essere professori di estimo per capire che il gioco è deficitario, eppure da tre generazioni di presidenti di Consorzio si continua a ritenere la via della distruzione dei materiali come l’unica perseguibile. E’ evidente anche alla casalinga di Voghera, e ancor più a quella di Chieri, che questo sicuramente comporterà un danno economico per i cittadini soggetti all’ennesima tassazione, questa volta nemmeno troppo occulta.

UN PO’ DI CHIMICA

Parliamo di distruzione della materia: un principio indiscutibile della chimica, il principio di Lavoisier si può riassumere in “in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, tutto ciò che c’era prima si trova anche dopo che la reazione è avvenuta” (cfr. wikipedia). Questo vuol dire che 1 Kg di rifiuto messo in un inceneritore produce 1 Kg di altri rifiuti. Un a parte è vapore acqueo, ma disgraziatamente il resto no. Quindi troviamo quella CO2 che pare essere la causa di tutti i mali del mondo, nanopolveri che nessun filtro è in grado di abbattere e che nessuno, a norma di legge, si preoccupa di misurare nonostante siano pericolosissime a causa del loro potere di penetrazione anche oltre le vie respiratorie e un inevitabile pizzico di diossine e furani (Sempre quelle di Seveso). Non parliamo poi delle ceneri, un rifiuto speciale e pericoloso da smaltire in discariche apposite (Sempre a norma di legge c’è chi cerca di studiare un sistema per mescolarli ai materiali cementizi per farne manufatti da costruzione. Il sogno di una vita: avere i muri di casa pieni di ceneri pericolosamente tossiche). Vi diranno che le diossine non si formano perchè la temperatura è tenuta sufficientemente alta da rompere i legami di queste pericolosissime molecole. Molto bene: allora gli asini volano.

Un inceneritore lavora bene ad alte temperature, per cui ha bisogno di bruciare materiali con alto potere calorifico (la plastica è il massimo) per mantenere la combustione senza l’apporto di energia esterna. Questo accade solo se si conferiscono rifiuti secchi e con molta plastica dentro. Il conferito in genere non è secco e, se si fa una buona differenziata, povero di plastica. A noi sembra un controsenso – eufemisticamente parlando – da un lato presentarsi come un consorzio virtuoso nella differenziata e dall’altra farsi felici promotori di sistemi di smaltimento che traggono beneficio dalla cattiva differenziazione del rifiuto. Sperare che gli altri consorzi facciano “schifo” è invece moralmente spregevole.

LE ALTERNATIVE ESISTONO, BASTA CERCARLE

Già anni fa, quando il presidente del Consorzio Chierese era il dott. Ronco, avevamo portato alla sua attenzione l’esistenza di metodi alternativi all’incenerimento funzionanti con successo sul territorio nazionale. A Vedelago, in provincia di Treviso, una coraggiosa imprenditrice, la Dott.sa Carla Poli, ha creato un sistema di gestione a freddo del residuo indifferenziato che non comporta distruzione di materia e, a fronte di una raccolta differenziata ottimale, permette un recupero di materia pari al 98%. Questo sistema dunque permette a chi lo gestisce di guadagnare soldi (l’impianto di Vedelago macina milioni di euro di utili all’anno), offre ai comuni virtuosi di risparmiare sensibilmente sulle spese di conferimento e per ultimo non per importanza permette di recuperare materiali che altrimenti dovrebbero essere rimpiazzati da materie prime vergini costose in termini economici e di risorse fossili non rinnovabili.

CI SONO O CI FANNO

Se poi a questo quadro non proprio edificante si aggiunge la questione sanitaria che riguarderà tutti i cittadini toccati dalla ricaduta del nano-particolato, quello che la legge non considera nel calcolo delle emissioni e che nessun filtro è in grado di abbattere, con effetti che la letteratura internazionale ha ampiamente discusso e appurato, ci chiediamo in base a quali conoscenze non disponibili al volgo questa pletora di amministratori, a partire dal consorzio locale per arrivare ai vertici nazionali della politica, possa trasmettere tutto questo entusiasmo senza presumere il dolo. Se per buon peso si aggiungono le macchinazioni politiche non proprio chiare che girano intorno a TRM (si veda questo articolo di Chieri.info) la questione è tutt’altro che allegra.

MoVimento 5 Stelle Piemonte
gruppo di Chieri

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Centro Riciclo Vedelago S.r.l.: un recupero del 99%!

I ragazzi (delle scuole, ndr) si rendono conto che chiamare ancora RIFIUTO le bottiglie di plastica, di vetro, e le lattine, è davvero un’ASSURDITA’…

La gestione responsabile del rifiuto come fonte di ricchezza, di occupazione sul territorio, di ottmizzazione delle risorse, di rispetto dell’ambiente. Il tutto spiegato dalla Sig.ra Carla Poli, del Centro Riciclo di Vedelago (TV). Buon ascolto.

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Il Chierese e il TMB. Utopia?

Cosa sia il Chierese, si sa.

Cosa sia un’utopia, pure.

Cosa sia il TMB, forse no.

TMB = Trattamento Meccanico Biologico, dei rifiuti, ovviamente.

E’ un processo che si basa sulla (semplice) separazione meccanica dei rifiuti, quindi a freddo, e sul trattamento della frazione biodegradabile (organica). Il trattamento è applicato al non-recuperabile, ovvero a quella parte dei rifiuti che o va in discarica o, nella peggiore delle ipotesi, agli inceneritori.

Cosa succede, in soldoni?

All’impianto di TMB arriva il non-recuperabile, e inizia la separazione meccanica per estrarre quelle frazioni riciclabili quali vetro, plastiche dense o in pellicola, carta e cartone, alluminio, acciaio che inevitabilmente si trovano ancora nella “munnezza del bidone nero”, quella che resta dopo la nostra meticolosa raccolta differenziata.

E’ intuitivo che non tutto quello che si estrae può essere riciclato, e la parte estratta che è riciclabile non avrà mai la stessa qualità del prodotto derivante direttamente dalla raccolta differenziata, quella “porta a porta”.

Alla fine della separazione meccanica, quindi, avremo:

1. una frazione di materiali ancora riciclabili, se pur in impieghi meno nobili, ma comunque riciclabili

2. una parte organica

3. lo scarto dello scarto

E qui parte la seconda fase: la digestione della parte organica, e la successiva stabilizzazione per via aerobica. Il risultato della seconda fase è un materiale fine, una sorta di sabbia, non adatto ad uso agricolo, ma adatto come inerte, essendo stata digerita, appunto, la parte organica e degradabile.

Nel Rapporto di Greenpeace sul trattamento TMB dei rifiuti si afferma inoltre che i gas prodotti dalla digestione bilanciano la richiesta di energia necessaria al ciclo. Leggasi:

Non “termovalorizzo” il rifiuto creando energia, ma ne ottimizzo l’ingombro, e lo inertizzo per re-impiegarlo, il tutto senza richiedere energia (o per lo meno senza richiederne troppa), adottando un processo che non produce gas di scarico, né odori.

All’interno del documento di Greenpeace si afferma che, nella peggiore delle ipotesi, quello che noi al precedete punto 3 abbiamo chiamato “lo scarto dello scarto” rappresenterebbe il 30% di quanto conferito all’impianto.

E allora mettiamoci nella peggiore delle ipotesi e facciamo due conti.

Ipotesi:

– il Consorzio Pinco Pallo gestisce 100.000 tonnellate di rifiuti l’anno

– di questi, il 60% viene riciclato grazie alla raccolta “porta a porta”

– rimangono 40.000 tonnellate: cosa farne? O le stocchiamo in discarica, o le inceneriamo al Gerbido, o ci dotiamo di un impianto TMB. Quindi…

Svolgimento:

Sapendo che lo “scarto dello scarto” di un trattamento TMB è del 30%, ci rimangono da gestire 40.000×0.30=12.000 tonnellate di non-recuperabile, contro le 40.000 che avevamo tra i piedi dopo il “porta a porta”.

Bilancio:

– abbiamo riciclato 60.000 tonnellate di rifiuti, grazie al “porta a porta”

– abbiamo ri-riciclato (e venduto all’Industria) altri 28.000 tonnellate di rifiuti, dopo il TMB

– abbiamo ancora 12.000 tonnellate (su 100.000 iniziali) da gestire: un recupero finale dell’88%

Quel 12%, a questo punto, possiamo anche permetterci di metterlo in discarica visto che, essendo inerte, è più stabile, non cola e non puzza (ricordiamo che con il TMB abbiamo rimosso la parte organica…)

L’illustrissimo Palmiro Cangini, Assessore di Roncofritto, a questo punto direbbe: “E con questo cosa volevo dire? Non lo so, ma c’ho ragione, e i fatti mi cosano!”

Volevamo stuzzicare il vostro senso critico. E rifarvi la domanda già avanzata nel post precedente: ma il Chierese può trarre profitto dal recupero dei rifiuti? Se, come pare, tra non molti mesi il non-recuperabile raccolto sul nostro territorio finirà nei forni dell’inceneritore del Gerbido, non è che il Chierese sta perdendo una ghiotta occasione di profitto e di creazione di posti di lavoro sul territorio?

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Vedelago chiama Chieri. Chieri risponde?

Vedelago? E chi è costui? O meglio: e dov’è?

Vedelago (TV) è un paese di 16000 abitanti, a circa 20 km a ovest di Treviso, e a circa 390 km a est di Chieri.

Non sappiamo ancora per quali ragioni storiche, culturali, folkloristiche o enogastronomiche è famoso Vedelago. Ha attirato la nostra attenzione perchè ospita sul suo territorio una Società particolarmente virtuosa: Centro Riciclo Vedelago S.r.l.

La Società, in pratica, gestisce la raccolta e il trattamento dei rifiuti urbani (RSU) al servizio di un bacino di utenza di circa 800.000 abitanti (per intenderci, Torino ne fa 905.000 e rotti). In particolare, citando le loro parole, gestisce dal 1999 un impianto di stoccaggio e selezione meccanica di rifiuti ai fini del recupero di materiali.

Ah ma… quindi… quindi non li incenersice? Nel senso: li recupera?!?!? Ma l’incenerimento non è considerato da molti l’unica via possibile per gestire oggi gli RSU?!?!? Allora approfondiamo la questione.

Citiamo dal loro sito:

L’attività consiste nel ricevere le frazioni secche riciclabili dei rifiuti urbani e assimilati, selezionare i materiali in base alla composizione merceologica, compiere le operazioni necessarie per la riduzione volumetrica, gestire la fase di destinazione in uscita delle singole tipologie di materiali che, in relazione alla possibilità di riutilizzo, vengono consegnati a impianti di seconda lavorazione o a specifiche aziende che impiegano i materiali nei loro cicli produttivi.

In pratica, i nostri amici di Vedelago accolgono (a braccia aperte!) il rifiuto, e traggono profitto dal suo recupero spinto.

“Sì va beh” direte voi “cosa c’è di nuovo? Questi ricevono e trattano la raccolta differenziata che si smazza qualcun altro!” Non proprio: leggete qui cosa è possibile conferire nell’impianto. Ma soprattutto, leggete qui il risultato raggiunto nel 2006: 89.69% di rifiuti a recupero!

E’ inutile ora dilungarsi e tediarvi con i dettagli tecnici sul funzionamento dell’impianto, sui prodotti derivanti dal recupero dei rifiuti, sulle ricadute economiche e sociali dell’attività del Centro Riciclo: sul loro sito trovate tutto!

Vi lasciamo con un’ultima considerazione.

A Vedelago traggono profitto dal recupero dei rifiuti.

I Tedeschi stanno traendo profitto dal recupero dei nostri rifiuti. Come noto, infatti, il portavoce del Ministero dell’Ambiente della Sassonia afferma che I rifiuti campani già smaltiti in Sassonia non sono stati bruciati negli inceneritori tedeschi, ma sono stati riciclati per ricavarne materie prime secondarie e composti organici che verranno venduti all´industria (ANSA, 21/05/08). E ha anche spiegato che l’Italia, dopo aver pagato per poter esportare in Germania i rifiuti campani, acquista dalla stessa Germania le materie prime secondarie ricavate dai suoi stessi rifiuti campani…

Detto questo, sorge spontanea una domanda, anzi due: ma il Chierese può trarre profitto dal recupero dei rifiuti? Se, come pare, tra non molti mesi il non-recuperabile raccolto sul nostro territorio finirà nei forni dell’inceneritore del Gerbido, non è che il Chierese sta perdendo una ghiotta occasione di profitto e creazione di posti di lavoro sul territorio?

Come direbbe la Gabanelli, “noi vogliamo capirne di più”, e il 5 luglio andremo a Vedelago a incontrare i nostri nuovi amici.

Stay tuned!

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